For the Love of God

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Capolavoro ossessivo-paranoico dell'altrettanto ossessivo-paranoico Damien Hirst, genialmente inserito  nello studiolo "alchemico" di Francesco I a Palazzo della Signoria, For the Love of God (2007) ha reso la giornata a Firenze semplicemente magnifica. L'opera brilla di luce propria, si potrebbe ben dire - se non fosse che i riflessi luminosi dei 1800 brillanti abbagliano nella completa oscurità della stanzetta (sorvegliata a vista, al seguito di almeno tre guardiani, tra cui un poliziotto armato).

La faccio breve - la notorietà dell'opera basta a se stessa. Certo, si può dire tutto e il contrario di tutto di questo artista controverso, provocatorio (ma forse non poi così tanto), certamente brillante, ironico, capace di fissare un'idea con forza unica. Si pensi ai fin troppi famosi animali in formalina quali "lo squalo" (The Physical Impossibility of Death in the Mind of a Someone Living, del 1991), allo shock della testa di mucca mozzata con mosche in procinto di cibarsene e... infine morire fulminate (A thousand years nell'esposizione "Sensation" alla London's Royal Academy), o alla forza non solo citazionista di In the Name of Father, in cui il tributo a Francis Bacon si collega alla provocatoria scelta di "crocifiggere" (non una rana, come è stato per il noto "caso" di Zuerst die Fuesse, "Prima i piedi", di Martin Kippenberger) ma un animale davvero "da macello..."

Non si sa di preciso chi e a quanto abbia comprato l'opera - Hirst dice di esserne proprietario per almeno un terzo - ma una cosa è sicura: quest'opera è già un classico.

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